giovedì, 18 giugno 2009
Eravamo in quattro l'altra sera, borse di stoffa e scarpe sformate.
Loro erano qualcuno in più. Rumeni, rom, zingari o forse più semplicemente migranti, con questo modo confuso e al tempo stesso familiare di emigrare che hanno le persone rom. Si spostano portando con sè quello che hanno di più caro: la famiglia, in un tentativo folle e disperato di portar via da una terra impoverita almeno ciò che ancora significa qualcosa per loro. Un modo difficile da capire, perchè costringe bimbi, mamme, anziani a viaggi estenuanti e ad avere come vicini topi e piccoli roditori del genere.

Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.

Due famiglie condividevano il primo piano. "Faccio il muratore, non m'è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata". Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.
Una storia semplice, con un finale sporco: "Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l'altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l'affitto. Non bastavano più, siam venuti qua".
 
Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c'è il fornello.
Un collegamento ben fatto, e in casa c'è la luce.
Un passo indietro nella corsa dell'economia, e ti ritrovi per strada.

Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l'altra di appena pochi mesi.
Occhi che non chiedono, parole precise: "Finchè c'è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare".
Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.

Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.
Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.
Chi lo sa.
Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di "affilare la mia pietà". Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.

Grazie, alla prossima.

Altra casa.
Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello "Pericolo di crollo" che lascia poco spazio all'interpretazione.
Una famiglia, una coppia, un'altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: "Mi faccio la barba, si può?"
Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.
Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.
Storia già sentita: "Stavo in casa, poi non ce lo'ho fatta più, così eccomi qua.
La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.
Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.
Sono gentili, non ci portano via la roba".

Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.
Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell'Italia proprio non l'hanno capita.
"Ma perchè vi sposate così tardi?"

Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo' di poster ci guardano e fanno finta di niete.

Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.

Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa "Passeggiata ROMantica" arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.


La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
ma racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "Come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della Povertà


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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
venerdì, 12 giugno 2009
Ottto donne dentro ad una stanza, a fare teatro.
A confrontarsi con un testo di quarant'anni fa, "Nascita e Morte della Massaia". La storia di una grande donna che diventa piccola. La Massaia scava dentro di sè, poi esce fuori e viene pettinata, rimessa in ordine secondo canoni che non le appartengono, perchè non sono quelli che ha maturato nel suo percorso personale, ma quelli ordinari della "brava signora".
Dopo aver tanto pensato, si scontra con "ciò che è giusto fare" e deve riaggiustare i pezzi e le idee andate in frantumi.

Questo percorso mi ha portato a tirare fuori il mio tragitto, a vedere che cosa poteva essere condiviso, affrontato e poi lasciato indietro, perchè il ritorno è poi un andare avanti con nuove consapevolezze.
Ognuna di noi ha portato un brano, qualcosa che fosse suo da mescolare, per descrivere con parole altrui la propria strada. Io ho scelto qualcosa di arrabbiato e danzante. Un'altra ha scelto una canzone di Fossati. Questi due brani, messi uno in fila all'altro, mi hanno aperto una piccola nuova finestrella.

La prima canzone diceva: "Prenditi un altro pezzettino del mio cuore", con la voce blues e meravigliosa di Janis Joplin.
La seconda diceva "Dicono che c'è un tempo per seminare  e uno più lungo per aspettare".
Due frasi così, che spennellano il mio presente. E' vero, qualche volta, come dice la mia saggia insegnante, sono quasi un libro aperto. Ma poi, quando c'è da richiudere ed andare avanti, scatto via, come piccata. Se mi togli tutto il dolore passato, cosa mi resta?
A dare una risposta è arrivato Fossati.
Mi resta il tempo di aspettare. Costruendo futuri altrui, con numeri nuovi da appuntare sull'agenda.
E c'è tempo c'è tempo c'è tempo per questo mare infinito di gente.
C'è tempo per capire bene, ora che son qua, chi tenere vicino al cuore e chi invece scolorirà, non per disinteresse, ma perchè si son prese altre strade.
C'è tempo per leggere cose noiose e raccogliere i frutti chissà quando.
C'è tempo per ascoltare progetti ancora agli inizi e prendermene carico.
C'è tempo per riconoscere lo schemino di massaia che  avevo scelto senza scegliere davvero e lasciarlo indietro, pronta a riempire il vuoto con nuovi sogni, questa volta davvero miei.

C'è tempo- Ivano Fossati
 
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 03 giugno 2009
Vorrei segnalare questo filmato qua:

http://www.ilcorpodelledonne.blogspot.com/

interessante e da scrivere qualche frase sui muri,
sui telecomandi, sulle facce di chi sogna piano.

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categoria:bologna
martedì, 02 giugno 2009
I post-it sulla scrivania mi ricordano che il ponte è finito e domani si torna a riattaccare futuri con lo scotch.

Ho fatto del mio meglio in questi due giorni per accumulare serenità e non è stato sempre facile. In particolare, non è stata una passeggiata riprendere le fila dopo la brutta caduta di sabato. Un momento di disattenzione e l'occhio cade sulle imperfezioni, ancora così difficili da accettare. I difetti diventano voragini, abissi tra me e la serenità, in queste fessure si incastra il senso di colpa e allora addio sorrisi e tutto il resto.
Da lì in poi è in discesa, leggo le rughe come "malattia" e passo il pomeriggio a guardare il mio dolore. Perchè la scorciatoia si chiama così: etichettare un passaggio della vita come malattia, togliendo la possiblità che sia solo un momento, solo una piccola sosta nel crescere. A me piace, poi, sentirmi così, vulnerabile, mi sebra che le mie lacrime mi proteggano dalla violenza del mondo. Invece no.
Quindi, da oggi meno etichette e più amiche con cui raccontare fitto e uscire a bere un rosso, alla fine.

Per descrivere questa orribile tendenza alla patologia, rubo un elenco da "Sono io che me ne vado", di Violetta Bellocchio.
"I dintorni del Lago di Garda sono pieni di posti come il nostro. Cliniche per ragazze con disturbi dell'alimentazione. Cliniche per ragazze che prendono pillole. Clinche per ragazze che si svegliano prima dell'alba. Cliniche per ragazze che hanno un rapporto preferenziale con Gesù. Cliniche per ragazze figlie di altre ragazze. Cliniche per ragazze con le calze strappate. Cliniche per ragazze che vendono zucchero filato. Cliniche per ragazze che vendono scimmie di mare. Cliniche per ragazze che vanno a dormire la sera e si svegliano la mattina. Cliniche per ragazze con le labbra masticate. Cliniche per ragazze che bevono acqua e sputano benzina.
Cliniche per ragazze allevate dai cani. Cliniche per ragazze vestite di rosso. Cliniche per ragazze vestite di bianco. Cliniche per ragazze che danno confidenza agli sconosciuti. Cliniche per ragazze con una striscia di fuoco lungo la schiena. Cliniche per ragazze che rispondono al telefono. Cliniche per ragazze allevate nelle Convenzioni di Ginevra. Cliniche per ragazze che si mettono il rossetto con le dita dei piedi. Cliniche per ragazze avvitate troppo strette".

Sono solo una ragazza. Questo me lo dimentico pure io, qualche volta, riprendo in mano la matita rossa e con ira segno il mio corpo come un campo di battaglia. E la mente pure. E anche la scrivania, se faccio in tempo.
Imparare a mettere giù la matita e guardare per bene fuori dalla finestra è un compito ancora da finire.
Però questo fine settimana mi ha insegnato che non mi serve una clinica, per quanto bizzarra possa essere. Non mi serve una matita rossa. Non mi serve un metro per giudicare le facce, uno per i gesti, uno per le azioni.
Mi basta avere ben chiaro a che ora è il treno e che scarpe sono adatte per correre, questa volta.
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categoria:vacanze, bologna, buco nella tasca
domenica, 19 aprile 2009
... e rido e piango
e mi mischio con il cielo e con il fango...

sARDEGNA2008



(Sardegna e L. Cherubini, 2008)
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mercoledì, 15 aprile 2009

La mia fedele compagna, Bacarozza, Sfreccia Nera,

è ricoverata al Bicicentro per alcuni ritocchi di primavera.

La aspetto...cantando! Io e le Radici nel Cemento le rendiamo omaggio a squarciagola...

Bella e seducente, è solo mia
sempre più attraente non resisto e così sia. 
Con quella sua linea essenziale ed elegante
possederla è un'emozione intensa ed esaltante. 
Da quando l'ho incontrata, non sono più lo stesso
la mia vita è migliorata, non sono mai depresso
ogni santo giorno ho una gran voglia di saltare
con un balzo in sella e cominciare a pedalare, pedalare, pedalare...


Con la sua meccanica semplice e perfetta
vola vola vola sulla bicicletta!
Con la bandierina lo specchietto e la trombetta
vola vola vola sulla bicicletta!
Se ne va a fare la spesa col triciclo la vecchietta
vola vola vola sulla bicicletta!
Con il campanello col cestino e la pompetta
vola vola vola sulla bicicletta!


Vola sopra il traffico vola sullo smog
risparmio la benzina mi diverto e faccio sport
questa è la mia droga e non ne posso fare a meno
se il tragitto è lungo me la carico sul treno.
Macini kilometri e fatichi sempre poco
con un carrello al seguito puoi fare anche un trasloco.
Me la porto in casa vado su con l'ascensore
l'appendo alla parete e poi la lucido per ore

Veleggio, pedalo senza fretta
plano e galleggio, sulla mia bicicletta!

Secondo me è un gioiello di tecnica applicata
il genio dell'umanità sta in una pedalata
è il fiore all'occhiello dell'ingegneria
infallibile congegno ad orologeria.
Ce ne andiamo in piazza per il centro oppure al mare
lei mi porta al parco, a far la spesa a lavorare
col sorriso in faccia e con il vento tra i capelli
sempre in giro insieme e che momenti sono quelli
pedalare, pedalare, pedalare...

Per un mondo più pulito questa è l'unica ricetta
vola vola vola sulla bicicletta!
Contro la cultura del consumo "usa e getta"
vola vola vola sulla bicicletta!
Se vuoi essere felice come un tempo dammi retta
vola vola vola sulla bicicletta!
Puoi viaggiare in tondo oppure andare in linea retta
vola vola vola sulla bicicletta!


Vola sopra il traffico vola sullo stress
vola sull'asfalto su sterrato o su pavé
fa bene allo spirito benissimo all'ambiente
non esiste mezzo di trasporto più efficiente.
Se incontro una salita e la storia si fa tesa
prima ancora che sia finita già pregusto la discesa
bando alla pigrizia, dico largo all'allegria
tutti in sella a pedalare in compagnia!

Veleggio, pedalo senza fretta
plano e galleggio, sulla mia bicicletta!

Velocipede che grande invenzione
con la bici noi faremo la rivoluzione
Velocipede che grande passione
libera la mente il corpo e l'immaginazione
Con la benedizione di santa graziella
santa tutelare di chi viaggia a pedivella
niente più benzina niente bollo da pagare
tanta pasta asciutta e poi trazione muscolare

Velocipede che grande invenzione
sviluppa l'endorfina attiva la circolazione!
Velocipede che grande passione
e non prendo più nè multa nè contravvenzione!

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martedì, 14 aprile 2009
La Signorina Felicita mi prende la mano, tra i monti del Cadore.

Siamo io, lei e altri cinquanta matterelli in una casa famiglia ai piedi delle Dolomiti: attorno a noi i boschi, l'erica tenace sui prati, ultime lingue di neve sui crinali nascosti.
Mi stringe le dita e mi porta fuori dalla sala comune, in cui tutte le forchette si sono posate dopo l'ultimo boccone di purè. Il sole ci concede di lasciare le giacche appese in corridoio e di incamminarci lungo la strada che porta al paese: la sostengo lungo la strada, senza troppa fatica, il suo fisico minuto non mi pesa appoggiato alla spalla.

"Andiamo?"

Ha sessant'anni, la Signorina Felicita, la sua voce lo sa, perciò trema un po' all'inizio della parola, come se dopo tutto questo tempo anche parlare le costasse fatica.
Mentre si passeggia lungo la strada, con solo i monti a guardarci, la Signorina Felicita fuma, riacquistando un po' di sorriso tra le rughe del volto. E snocciola domande, ipotesi, sciocchezze e certezze.
E' da un'altra parte: un mondo fatto di aiuto chimico per dormire e togliere l'ansia, aiuto meccanico per scendere e salire le scale, ausilio per l'ora della pipì. E' in un mondo che va ad un'altra velocità, quella dei ricordi mangiati a poco a poco da una demenza così evidente che anche il fratello fa fatica ad accettarla e aggravata da un ritardo mentale che ha dato al suo passato il colore montono dei centri di cura e delle strutture protette.
Il paesaggio che chiama casa l'abbiamo lasciato a trecento chilometri da qui e  adesso lei si sente persa. Per quello mi prende la mano e si fida, proprio come l'eroina di Gozzano si fidava dell'avvocato. Si abbandona alle mie sicurezze: io ascolto i suoi discorsi che riemergono dal passato come ninfee su uno stagno. Sprazzi di luce nel cielo cupo della demenza.
Io le sminuzzo il cibo e faccio attenzione che si ricordi ancora come si fa a masticare, prima che il tarlo della vecchiaia corroda anche questo tassello di abilità.
Io le accendo la sigaretta, le rimbocco le coperte, le lavo il viso, mentre mi racconta di sua madre, che è morta, o del suo fidanzato, o butta lì insulti a caso, sul tempo e su chi passa a tiro.
La Signorina Felicita sta spesso zitta poi, ti fissa con lo sguardo crucciato di chi ha voglia di raccontarti qualcosa, ma ha l'ape della disabilità che punge in gola e non fa più parlare. Solo piangere di rabbia.
Finiamo la passeggiata, tra raggi di sole presi a calci, bruciature di sigaretta sul maglione e saluti ai bimbi mai avuti.
Proprio mentre penso che mai, proprio mai, guarda piuttosto...
alza lo sguardo azzurro in un mosaico di rughe e fa:
"Cos'hai?
Sei triste?Non ti preoccupare, ci sono io".

E tutto torna al suo posto.

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categoria:bologna
lunedì, 06 aprile 2009
Come funzionano i fermenti, ancora non l'ho capito bene.
Per lo jogurt, faccio così.
Porto mezzo litro di latte a bollore, lascio raffreddare un pochino.
Poi aggiungo due cucchiai di jogurt bianco bio, mescolo mescolo.
Metto il tutto in un thermos per otto ore.
Ne viene fuori mezzo litro sano di jogurt, denso e poco poco acido.

I fermenti  funzionano prendendo la materia che c'è già e ha già in sè la voglia di diventare jogurt.
Lavorano, mangiano, tritano finchè non diventa tutto una bella poltiglia spessa.

Questo è più o meno quello che dovrei fare anche io.
Io sarei lo jogurt, per dire.
Loro, quelli lì brutti e disadattati, hanno già in sè la voglia di diventare un'altra cosa, senza perdere però un buon nocciolo di cultura, legami, tradizioni, modi di vedere il mondo.
Otto ore non mi bastano, questo è certo.
Fortunatamente ho un po' più di tempo da passare con queste famiglie che vorrebbero una casa, anche non troppo spaziosa, ma quattro mura solide dove fermentare per conto loro.

Il thermos già ce l'ho.
E' fatto di esperienze passate, di studi precisi, di colleghi preparati e di un tessuto sociale che ancora non si arrende a etichettare le famiglie rom rumene come "ultime".

Allora cosa mi manca?
Manca forse il cucchiaino, con cui mescolare il tutto?
Manca forse una bella pentola, per far bollire?
No.
Mi manca solo un po' di fantasia, di coraggio per applicare idee nuove ad una ricetta già codificata, che se non funziona vengon fuori baracche e insediamenti abusivi.

Ecco, ecco quello che sto facendo.
Sto studiando per cacciar fuori da 'sto benedetto thermos
lo jogurt alla fragola.

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categoria:bologna
giovedì, 26 marzo 2009
Non lo sa nessuno, ma hai un sorriso speciale e lo usi solo per me.

Sono giorni in cui lavoro meno del solito e i pensieri tossici riaffiorano come tuffatori dopo un salto dal trampolino, stremati e desiderosi di riprendere fiato. Difficile ternerli a bada, con tutto questo tempo che passo a spostarmi da una famiglia all'altra, da un progetto all'altro, da un futuro all'altro.
Sempre le solite idee grigie che insegnano a scompaginare l'ordine d'importanza delle cose, spiegano come fare a pedere di vista il mondo e trascorrere il tempo guardando la propria bruttezza. Motivi circolari che insistono perchè io metta sotto la lente ogni piega di me e ne trovi il lato peggiore, testimoniando la mia fragilità.

"Metà del mondo lotta con la fame
La mia metà si nutre di aspartame
"

Due righe non mie per ribadire il concetto facendo finta di aver capito.
Invece qualche volta succede che ancora il server si intasa e tutto diventa sfondo, mentre al centro rimane solo il pensiero che non vada bene per nulla, più nulla.
Così sorpasso gli autobus e i lampioni, pedalo verso casa con la scimmia paranoia tutta felice, banchetta col barlume di ironia che mi è rimasto e si fa l'aperitivo con tutti i libri letti in questi anni.
Di solito, arriva fino in corridoio, la scimmia. Poi preferisce infilarsi a far compagnia agli altri animali che vivono sotto il letto.
Perchè ad attenderla, di solito, c'è un accento diverso dal mio coi vestiti tutti più o meno dello stesso colore. Nelle tasche dei pantaloni, ha la consapevolezza che soffrire fa mettere in ordine le cose e che è sempre un buon momento per guardare un po' meglio, prima di giudicare. Negli spazi liberi tiene stretti i suoi affetti e i libri di astronomia. A questo aggiunge poi una sorta di interesse tenace nel mondo e un modo adorabile di mettere in ordine i cassetti e cacciare la scimmia col manico della scopa.

Secret Smile ( Semisonic)

Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me
Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me.
 
So use it and prove it
Remove this whirling sadness
I'm losing, I'm bluesing
But you can save me from madness.

Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me
Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me.

So save me I'm waiting
I'm needing, hear me pleading
And soothe me, improve me
I'm grieving, I'm barely believing now.

When you are flying around and around the world
And I'm lying alonely
I know there's something sacred and free reserved
And received by me only
.


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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 25 marzo 2009
Passalento

Eccolo lì, alto e secco come una pertica.
Con la tuta da ginnastica blu e i dentoni.
Con una diagnosi addosso e una vita in centri di cura.
Con un deficit negli anni diventato disabilità.
Semplice, giusto un po' in difficoltà con l'orientamento e con l'alchimia del laccio delle scarpe (come si faccia, rimane un mistero).
Uno dei primi matterelli che ho conosciuto quando portavo il naso rosso. Passava il tempo e la vecchiaia in una moderna struttura di provincia, con un'educatrice dispensa-coccole e poche certezze, ma durature.
Io sono R., te sei Potaci.
Tanto bastava per colorare i pomeriggi con giochi semplici, con canzoni e balli fatti per divertire e per riempire gli spazi lasciati liberi dai parenti, spariti qualche anno prima.
Ero un'apprendista clown piena di marionette e buone intenzioni. Lui era una bella faccia allegra da incontrare, con cui scambiare qualche parola. Mi ha dato l'opportunità di conoscerlo, ha aperto la sua casa-famiglia e le sue braccia chilometriche a me e altri, con le nostre prime giravolte.
Conoscere qualcuno e la stanza in cui trascorre le giornate significa usare una buona dose di prudenza: spesso, ci ha perdonato i nostri scivoloni da pagliacci invadenti, insegnando che a casa propria, la noia è un diritto.
Insegnando che è meraviglioso avere qualcuno che si ricorda il tuo nome e aspetta di vederti sulla soglia per pronunciarlo.
Spiegando a noi nasetti imperfetti che aprirsi all'altro è un dono e che sui cuori altrui bisogna muoversi con le pattine.
Grazie signor R. Ora avrai sicuramente fatto le prime chiaccherate con San Pietro o qualche suo vice, magari sbadigliando se si è finiti a parlare di calcio.
Che erano le emozioni, il tuo argomento preferito.

Passalento (Ivano Fossati)

Come posso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento
mani e faccia da uomo
fanno poca pena
alle nostre intelligenze
da cani alla catena.
E' così che si ripensa
a tutto l'amore detto
è così che si ripensa
a tutto l'amore scritto
che era acqua da bere, fuoco
sete da morire,
ma come passa il tempo
non sappiamo dire.

È che in questo deserto
a tutti piace naufragare
vivi e fortunati di poterne
respirare.
Così non rimane che lasciarsi dire
cosa fare
così non rimane che lasciarsi
ancora abbracciare.
Come psso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento.

Signore di questo porto
vedi mi avvicino anch'io
vele ancora tese,
bandiera genovese,
sono io.

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categoria:uno che la sapeva lunga, buco nella tasca