La Signorina Felicita mi prende la mano, tra i monti del Cadore.
Siamo io, lei e altri cinquanta matterelli in una casa famiglia ai piedi delle Dolomiti: attorno a noi i boschi, l'erica tenace sui prati, ultime lingue di neve sui crinali nascosti.
Mi stringe le dita e mi porta fuori dalla sala comune, in cui tutte le forchette si sono posate dopo l'ultimo boccone di purè. Il sole ci concede di lasciare le giacche appese in corridoio e di incamminarci lungo la strada che porta al paese: la sostengo lungo la strada, senza troppa fatica, il suo fisico minuto non mi pesa appoggiato alla spalla.
"Andiamo?"
Ha sessant'anni, la Signorina Felicita, la sua voce lo sa, perciò trema un po' all'inizio della parola, come se dopo tutto questo tempo anche parlare le costasse fatica.
Mentre si passeggia lungo la strada, con solo i monti a guardarci, la Signorina Felicita fuma, riacquistando un po' di sorriso tra le rughe del volto. E snocciola domande, ipotesi, sciocchezze e certezze.
E' da un'altra parte: un mondo fatto di aiuto chimico per dormire e togliere l'ansia, aiuto meccanico per scendere e salire le scale, ausilio per l'ora della pipì. E' in un mondo che va ad un'altra velocità, quella dei ricordi mangiati a poco a poco da una demenza così evidente che anche il fratello fa fatica ad accettarla e aggravata da un ritardo mentale che ha dato al suo passato il colore montono dei centri di cura e delle strutture protette.
Il paesaggio che chiama casa l'abbiamo lasciato a trecento chilometri da qui e adesso lei si sente persa. Per quello mi prende la mano e si fida, proprio come l'eroina di Gozzano si fidava dell'avvocato. Si abbandona alle mie sicurezze: io ascolto i suoi discorsi che riemergono dal passato come ninfee su uno stagno. Sprazzi di luce nel cielo cupo della demenza.
Io le sminuzzo il cibo e faccio attenzione che si ricordi ancora come si fa a masticare, prima che il tarlo della vecchiaia corroda anche questo tassello di abilità.
Io le accendo la sigaretta, le rimbocco le coperte, le lavo il viso, mentre mi racconta di sua madre, che è morta, o del suo fidanzato, o butta lì insulti a caso, sul tempo e su chi passa a tiro.
La Signorina Felicita sta spesso zitta poi, ti fissa con lo sguardo crucciato di chi ha voglia di raccontarti qualcosa, ma ha l'ape della disabilità che punge in gola e non fa più parlare. Solo piangere di rabbia.
Finiamo la passeggiata, tra raggi di sole presi a calci, bruciature di sigaretta sul maglione e saluti ai bimbi mai avuti.
Proprio mentre penso che mai, proprio mai, guarda piuttosto...
alza lo sguardo azzurro in un mosaico di rughe e fa:
"Cos'hai?
Sei triste?Non ti preoccupare, ci sono io".
E tutto torna al suo posto.
Siamo io, lei e altri cinquanta matterelli in una casa famiglia ai piedi delle Dolomiti: attorno a noi i boschi, l'erica tenace sui prati, ultime lingue di neve sui crinali nascosti.
Mi stringe le dita e mi porta fuori dalla sala comune, in cui tutte le forchette si sono posate dopo l'ultimo boccone di purè. Il sole ci concede di lasciare le giacche appese in corridoio e di incamminarci lungo la strada che porta al paese: la sostengo lungo la strada, senza troppa fatica, il suo fisico minuto non mi pesa appoggiato alla spalla.
"Andiamo?"
Ha sessant'anni, la Signorina Felicita, la sua voce lo sa, perciò trema un po' all'inizio della parola, come se dopo tutto questo tempo anche parlare le costasse fatica.
Mentre si passeggia lungo la strada, con solo i monti a guardarci, la Signorina Felicita fuma, riacquistando un po' di sorriso tra le rughe del volto. E snocciola domande, ipotesi, sciocchezze e certezze.
E' da un'altra parte: un mondo fatto di aiuto chimico per dormire e togliere l'ansia, aiuto meccanico per scendere e salire le scale, ausilio per l'ora della pipì. E' in un mondo che va ad un'altra velocità, quella dei ricordi mangiati a poco a poco da una demenza così evidente che anche il fratello fa fatica ad accettarla e aggravata da un ritardo mentale che ha dato al suo passato il colore montono dei centri di cura e delle strutture protette.
Il paesaggio che chiama casa l'abbiamo lasciato a trecento chilometri da qui e adesso lei si sente persa. Per quello mi prende la mano e si fida, proprio come l'eroina di Gozzano si fidava dell'avvocato. Si abbandona alle mie sicurezze: io ascolto i suoi discorsi che riemergono dal passato come ninfee su uno stagno. Sprazzi di luce nel cielo cupo della demenza.
Io le sminuzzo il cibo e faccio attenzione che si ricordi ancora come si fa a masticare, prima che il tarlo della vecchiaia corroda anche questo tassello di abilità.
Io le accendo la sigaretta, le rimbocco le coperte, le lavo il viso, mentre mi racconta di sua madre, che è morta, o del suo fidanzato, o butta lì insulti a caso, sul tempo e su chi passa a tiro.
La Signorina Felicita sta spesso zitta poi, ti fissa con lo sguardo crucciato di chi ha voglia di raccontarti qualcosa, ma ha l'ape della disabilità che punge in gola e non fa più parlare. Solo piangere di rabbia.
Finiamo la passeggiata, tra raggi di sole presi a calci, bruciature di sigaretta sul maglione e saluti ai bimbi mai avuti.
Proprio mentre penso che mai, proprio mai, guarda piuttosto...
alza lo sguardo azzurro in un mosaico di rughe e fa:
"Cos'hai?
Sei triste?Non ti preoccupare, ci sono io".
E tutto torna al suo posto.








