Nera che porta via, che porta via la via
Nere le gonne delle donne di stasera. Nere che portano via la notte e la nascondono sotto strati di stoffa spessa, pesante, quasi a volersi trascinare dietro tutte le nuvole, la nebbia e il freddo di questi quieti giorni d'autunno.Un'altra ronda, una scorribanda corsara nelle periferie di Bologna, quelle abitate da donne con lunghe vesti scure e uomini in giacca pesante. Passeggiate che di romantico hanno solo il nome, pochi passi in mezzo alla melma, lungo un sentiero di rifiuti, dove hanno fatto il loro nido generazioni di topi.
Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.
Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento.
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.
Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.
Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento.
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.







