lunedì, 26 novembre 2007

Quanto può essere sottile un vetro.

Oggi ho scoperto quanto può essere sottile un vetro. Sono stata in una scuola materna, anzi, in un asilo. Perchè, per me, la scuola materna o dell'infanzia, si chiamerà per sempre asilo. Per sempre, o almeno finchè riuscirò a ricordarmi il nome della mia maestra (Ivana) e il sapore del riso al pomodoro che preparava la cuoca (Luigina). O di quando ho portato la mia bambola (Simona) a pranzo con me, ed era alta esattamente come noi bambini. O di quando giocavamo con degli omini di pastica attorno ad un tavolo con le chiazze di pongo e io volevo avere il puffo pasticcere, ma era capitato ad un mio amico (Diego) che non aveva nessuna intenzione di cedermelo. Insomma, finchè riuscirò a tenere in mente tutti questi ricordi, e tutti questi nomi, dirò che sono andata all'asilo. Poi, più avanti con gli anni, comincerò a parlare di PEI e di POF,di alunni e moduli, e magari anche a fare la permanente e a dire scuola dell'infanzia.

Ma non divaghiamo.

Per tutta la settimana sarò in questo edificio basso e colorato, con i muri pieni di disegni ed un inconfondibile odore di purè nei corridoi. Oggi, primo giorno. Dopo pranzo, il mio bambino speciale si è messo a giocare vicino ad una portafinestra. E allora ho capito quanto può essere sottile un vetro. Ero lì che cercavo di immaginare che cosa avesse di tanto affascinante questo angolo di stanza, con una porta a vetri che lascia intravedere il retro della scuola. Ero lì che borbottavo con il bimbo e che ne seguivo i gesti. E oltre il suo dito tozzo e macchiato di pennarelli, appare una delle ragazze che servono alla mensa della scuola. In pausasigaretta, o qualcosa del genere. Il dito prosegue, il mio sguardo si ferma. Perchè io quella lì, la conosco. Infatti, si gira e mi saluta. E' una ragazza che ho già incontrato, e di cui forse parlo anche da queste parti. E' anche lei una cenerentola interinale, mandata a scodellare pasti in un asilo sperduto nella periferia bolognese. Lei, oltre il vetro, dopo il saluto, finisce la pausa e torna alle cucine. Io, oltre il vetro, dopo il saluto, finisco a guardare il viso del bimbo, che ha visto la scena e mi osserva da sotto in su. Socchiude gli occhi, sorride, e andiamo a leggere un libro.

Ecco, oggi ho imparato quanto può essere sottile un vetro. E ho imparato che certi vetri sono fatti per essere rotti. E ho imparato che altri vetri servono per separare, dividere, spezzare e infine tenere fuori il freddo dal cuore e metterci due occhi socchiusi che vogliono leggere un libro.

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giovedì, 08 novembre 2007

Altro giro, altra corsa, altro lavoro. Tre giorni, questa volta. In pieno centro. Che ci viene a mangiare la gente che conta, con cravatte intonate alla camicia. Cravatte viola, per lo più. Gente strana, che invece di salutarsi si manda gli sms o si becca su messenger.

Ma non è di questo, che vorrei parlare.

Oggi parlo del Signore più Solo del Mondo. Il Signore più Solo del Mondo è arrivato che il ristorante aveva appena aperto. Solo, ovviamente. Ha preso un vassoio  e si è seduto a uno dei molti tavoli liberi, guardando il muro, in un angolo. E lì è rimasto finchè non sono spuntate le scope e gli stracci e la mia capa PocoClemente ha spento le prime luci. Vestito di scuro, abiti non troppo sporchi ma con addosso l'odore stantio della solitudine. L'odore di chi ha smesso di lavarsi perchè non c'è più nessuno che ci fa caso, al fatto che sia sporco o pulito. Mani ossute che si posano tranquille prima su un piatto, poi su un altro. Lattina di birra, unica cosa colorata nell'arco di chilometri della sua strada. E ci ha messo due ore, a pranzare. Da solo. Intorno la gente vociava, seguiva la musica pessima della radio in sottofondo, sputazzava pezzi d'insalata ridendo, telefonava, faceva la scarpetta, lasciava briciole in giro e tracce di sugo sul fondo del piatto. Lui no. Sempre zitto, con una lentezza esasperante, gesti misurati, mangiava piano carne e pane, frutta e riso. Senza fare i gesti del matto, del disadattato, senza parlare da solo o un'altra di queste azioni plateali che ti condannano ai margini. Se n'è rimasto lì, zitto, a fissare la parete. Accanto a lui, solo l'odore della solitudine. Perchè, Signore più Solo del Mondo, hai smesso di lavarti? Forse è mancato il sapone, forse qualcuno che ti faceva trovare l'asciugamano fuori dal bagno. Forse il freddo era troppo, e  neanche la doccia serviva più per riscaldarsi. "E milioni di rose, non profumano mica, se non sono i tuoi fiori a fiorire" diceva il solito cantautore. Ecco, Signore più Solo del Mondo, ti sono mancate le rose, secondo me. Il pane no, che anche oggi hai mangiato, più o meno. Ma le rose. Quelle rose che ti fanno pensare a pettinarti i capelli per strappare un sorriso alla vicina del piano di sotto. Quelle rose che ti chiamano due giorni di fila senza incazzarsi se non rispondi. Quelle rose che si ricordano quando è il tuo compleanno. Non proprio quelle del Piccolo Principe, che non hai più l'età per queste favole adolescenziali. Forse, non hai neanche più l'età per rimetterti a fare il giardiniere e allora temo che ti rivredò ancora, al tavolo nell'angolo, con attorno l'odore stantio della solitudine.

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lunedì, 05 novembre 2007

Era il classico lavoro “che gli italiani non vogliono fare più”. Grazioso eufemismo. Come se altri popoli non vedessero l'ora. Traduzione: solito lavoro di merda. Di quelli che gli italiani possono permettersi ancora di rifiutare. Tu no. Specie quando ne hai appena perduto uno, e tempo sei mesi devi trovartene un altro, altrimenti aria,  perché di lavori che gli italiani non vogliono fare più ce ne sono a strafottere, e se resti disoccupato è perché non ti vuoi applicare. Puoi stare in Italia, ma senza tirartela da italiano. Punto.

Dal racconto "La ballata del Corazza"-Wu Ming

Un incipit degno di questo nome per raccontare la giornata di oggi. Ho passato quattro ore a sguazzare con l'acqua ai gomiti. No, non alla gola, ai gomiti. Perchè è lì che ti arriva, se fai la lavapiatti. Insomma, quattro ore a flirtare con le pentole, a discutere con i cucchiai, a corteggiare le scodelle, a elogiare le padelle, a sminuire le forchette, ad accogliere i mestoli, a filosofeggiare con i coperchi.

Ma non è di questo che mi lamento. Per dire, è una storia piccola, di ieri, che domani è già finita, come si conviene alla vita interinale.

Mi lamento, invece, eccome, di un signore distinto e ben rasato che mi ha accolto nel mio nuovo e già vecchio posto di lavoro. Insomma, il signor Mezzemaniche, dopo i convenevoli, mi ha fatto capire che, se come Capo delle Forze Armate non ho futuro, se mi scartano per il posto di Direttore del MIT, se mi va male il concorso da Presidente del Mondo, ecco, potrei andare a lavorare lì. Posto fisso, eh. 365 giorni l'anno, all'ora di pranzo e cena. Grandi possibilità di carriera e posto macchina. Insomma, mi propone questo lavoro e fa "Vorrei assumere un'italiana, perchè le straniere me le sconsigliano".

Signore, si spieghi: CHI gliele sconsiglia? Il congresso segreto delle Mezzemaniche? L'unione idraulici di Pistoia? Il sindacato delle pentole sporche?

Sgnor Mezzemaniche, è il lavoro che lei propone che va sconsigliato, compri una lavastoviglie nuova, e si risparmi la fatica di dover scandire bene le parole perchè gli stranieri non capiscono come mai una persona sana di mente dovrebbe lavare a mano 300 piatti due volte al giorno ed essere pure soddisfatta.

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categoria:cenerentola interinale
martedì, 30 ottobre 2007

L'inviPasso un sacco di tempo, ultimamente, a darmi dei nomi. Bella o Brutta? Giusta o sbagliata? Anche malata o sana, a volte. Oppure tutta intera o a pezzi. Colori o nero, per dire. Per una giornata o per tutta la vita?A piedi o bici (an, no, maledetti!)?Di corsa o con calma?
Uno dei soliti autori pop e commerciali che leggo di solito e che ha un'opinione pressochè su tutto, dice: "È importante vedere come la gente sceglie i nomi. Morire e dare nomi – non si fa altro di sincero, probabilmente, per tutto il tempo che si campa". Eh, va be', che esagerazione!

Però, ultimamente passo un sacco di tempo a darmi dei nomi. Ennesimo spreco di energie tardoadolescenziale, o forse voglia di attaccarmi ad un nome per costruirci addosso questo benedetto progetto che non riesco a portare avanti. Il progetto di me, s'intende. Insomma, dov'ero rimasta?
Ecco, dare dei nomi. Oggi ne ho trovato un altro che mi andava bene, per dire. Era bello, tondo, inglese (che dà quel tono di serietà) e poi non ce l'aveva nessuno. Che un nome deve essere solo tuo, no?  Ma la definizione che ci stava dietro, a quel nome, non mi apparteneva del tutto, quindi niente da fare.

Ma se c'è da dilungarsi spesso su un solo argomento, sono una maestra. E allora ci ho speso su ancora un po' di tempo su questo problema del nome. Aggirandomi per casa con aria molto pensosa e mettendo in soggezione i due coinquilini. E adesso che Mc Gyver è finito e quindi i due hanno ripreso sembianze umane, non sono più pezzi d'arredamento immobili con lo sguardo fisso, mi sa che potrei smetterla di cercarmi dietro a un nome, per quanto suggestivo possa essere. Mi sa che è inutile continuare a frazionare i problemi, facendo parti sempre più piccole per poi dire: "Ecco, io sono questo problema qui". Mi sa che è ora che mi stacchi da tutte queste cose che uso per definirmi e vada a studiare, a leggere, a ballare o qualcosa del genere.

Nessuna decisione epocale, troppo scontato di lunedì. Però un piccolo sorriso e un bel malditesta (che non mi capita spesso di pensare)
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, cenerentola interinale
giovedì, 18 ottobre 2007

Oggi ho fatto la lavatrice. Grandi passi in avanti nella mia vita da cenerentola, non c'è che dire. Ho trovato un buco nella tasca dei soliti jeans e un po' mi sono sentita come questa canzone qua, che capita proprio opportuna. Ho un buco nella tasca, ogni cosa che ci metto scompare. Così, mi sento. E' un'eccezione, questo post, lo devo dire. Perchè mi ero ripromessa di scrivere solo cose con gli angoli della bocca all'insù, e invece rieccomi qui a rimuginare su cosa ho fatto e cosa no. Se va bene così, o forse se è il caso di spostare. Spostare la riga dei capelli. Spostare il mio orizzonte, ridimensionare gli obiettivi. Spostare la bici, che non mi freghino pure questa. Spostare le lancette della sveglia, per studiare di più. E poi pensare, specie se si tengono le mani in tasca, porta a creare altri buchi, che fanno sfuggire via le cose. Ancora.

Quindi, che fare? La canzone non lo dice, non lo dicono mai. E allora, mi sa proprio che mi appoggerò a tutti questi esseri umani che si preoccupano per me: un po' per rassicurarli, e chieder loro ago e filo. Un po' per scoprirli, e vedere se sanno rammendare. Un po' perchè è grazie a loro se posso continuare ad affondare le dita nelle torte. Un po' perchè anche i buchi nelle tasche servono, specie a lasciare dietro di sè scie che qualcuno serguirà.

Un buco nella tasca- Lorenzo Jovanotti Cherubini

Ho visto un essere umano preoccuparsi per me
Senza chiedere in cambio niente di niente per sé
E ho fatto scelte senza scegliere che scelta fare
Convinto di trovare una montagna sotto al mare
E ho visto le api fare il miele
E gli uomini fare il male
E ho visto l’arcobaleno prima di un temporale
Ho visto il lampo di una lacrima alla fine del riso
Ho visto un uomo camminare dopo che è stato ucciso
Ho visto i fiori più meravigliosi e colorati quelli più rari
Inaccessibili e più profumati
Mi son trovato alle soglie di una notte scura
Utilizzavo quel ricordo contro la paura
E ho messo trappole in giro e ci son cascato io
E ho visto auto in doppiafila nel parcheggio di dio
E ho visto toccato ascoltato annusato
In ogni torta che vedevo
Ci ho affondato il dito
E vedrò toccherò ascolterò annuserò
E in ogni torta come sempre il dito affonderò
Ho un buco nella tasca
Ogni cosa che ci metto scompare
Ho un buco nella tasca ricominciare

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categoria:bologna, buco nella tasca, cenerentola interinale
mercoledì, 17 ottobre 2007

Per dire, anche se non è tardi mi sa che vado a dormire. Oggi ho lavorato un po'. Se continuo così ho buone probabilità di diventare capo-sguattera. Ma non mi sento cenerentola, stasera. Nemmeno la bella addormentata, o un'altra principessa presa a caso dal mazzo. Non è sempre necessario, ma qualche volta mi viene in mente che oggi sono "da grande" e non riesco a sorridere. 

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categoria:bologna, cenerentola interinale